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L’isola di plastica: i numeri dell’inquinamento e i progetti per il riciclo

Se l’inquinamento marino continuerà con i trend attuali, si prevede che nel 2025 per ogni tre tonnellate di pesce negli oceani ce ne sarà una di plastica, mentre nel 2050 il peso totale della plastica supererà quello del pesce: questo è lo scenario che dipingono i report più recenti.

Quanta plastica c’è nel mare?

Basta un rapido sguardo per rendersi conto che i numeri dell’inquinamento dovuto alla plastica sono impressionanti: il più recente report del World Economic Forum indica che circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno (è quasi come se ogni minuto un camion pieno di rifiuti venisse svuotato nel mare), e che ad oggi il peso totale della plastica negli oceani potrebbe aggirarsi intorno a 150 milioni di tonnellate, sebbene fare una stima precisa risulti quasi impossibile.

L’isola di plastica nel Pacifico: i rischi per l’ambiente

La gigantesca isola di plastica che si è formata nell’Oceano Pacifico settentrionale in corrispondenza del vortice oceanico subtropicale è diventata, nell’immaginario comune, il simbolo dell’inquinamento degli oceani: si tratta della più vasta discarica galleggiante del mondo (ma non l’unica di questo tipo: se ne sta formando una anche nel Mediterraneo), con un’estensione di 1,6 milioni di km2, circa cinque volte l’Italia.

L’isola si è formata a causa delle forti correnti presenti nell’area: queste causano un accumulo di detriti naturali e artificiali, che rimangono intrappolati a lungo nel gorgo, dando origine all’isola di rifiuti. La maggior parte dei frammenti che compongono l’isola è costituita da minuscole particelle di plastica, non visibili ad occhio nudo ma pericolose per l’ecosistema oceanico e per l’uomo, dal momento che la plastica entra nella catena alimentare ed arriva fin sulle nostre tavole. Non mancano poi anche rifiuti di dimensioni maggiori, che vengono scambiati per cibo ed ingeriti dagli animali marini, con conseguenze facilmente immaginabili.

Felfil, Parley, Adidas e l’importanza di riciclare la plastica

È chiaro che la situazione attuale non è sostenibile, e impone delle riflessioni. Lo stesso report indica la sempre crescente importanza che si dovrà dare ad un packaging ridotto e riutilizzabile; il cardine, comunque, resterà l’attenzione al riciclo, in modo tale da trasformare la plastica già utilizzata da rifiuto a risorsa.

Sono diversi i brand che hanno deciso di collegare la propria immagine aziendale alla sostenibilità ambientale. Per citare alcune proposte tra le più interessanti, Adidas sta collaborando con Parley per creare abbigliamento sportivo con plastica riciclata (si va dalle scarpe sportive ai costumi da bagno); Norton Point produce occhiali da sole sostenibili con gli scarti plastici provenienti dagli oceani; Lush utilizza i rifiuti raccolti dalla The Ocean Legacy Foundation per creare packaging ecologici.

In questo senso Felfil Evo si configura come un prodotto sostenibile e innovativo, dal momento che permette di creare nuovo filamento plastico destinato alla stampa 3D a partire da rifiuti plastici o da scarti di stampe precedenti, contribuendo in questo modo a diminuire gli sprechi e a salvaguardare l’ambiente.

(Immagine di copertina: http://ferdi-rizkiyanto.blogspot.com/2011/06/what-lies-under.html)